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Il pericolo del cretinismo scientifico

L'irrazionalismo scientista alla prova del nove: la scienza non solo veicola contenuti e di conseguenza contribuisce a costruire una visione del mondo, essa può anche creare inganni, illusioni o “errori prospettici”.

Scriveva Gomez-Davila, filosofo e aforista colombiano, che la scienza inganna in tre modi:

trasformando le sue proposizioni in norme, divulgando i suoi risultati più che i suoi metodi, tacendo le sue limitazioni epistemologiche[1].

Dunque muoviamo da questo punto: la scienza non solo veicola contenuti e di conseguenza contribuisce a costruire una visione del mondo, essa può anche creare inganni, illusioni o “errori prospettici”. Sembra difficile per l’uomo medio arrivare a digerire una tale affermazione: il risultato di una teoria scientifica è presentato all’uomo della strada, e percepito, come verità assodata e di conseguenza incontrovertibile. Una teoria o un’affermazione scientifica è vera in quanto scientifica.

In realtà questo è già il primo punto di errore: errore per distorsione. Infatti la scienza moderna, nata nel XVII secolo, è soprattutto metodo: ciò che la caratterizza è il suo metodo, non i suoi contenuti. Anzi, in virtù del suo metodo di controllo e falsificazione, la scienza tende (o dovrebbe tendere) a superare continuamente i suoi contenuti – e in buona parte della sua storia essa lo ha fatto. Nulla di più antiscientifico assumere dei contenuti storicamente e contingentemente circoscritti, come verità definitiva, descrizione del mondo “reale” (sebbene la pretesa che una teoria di successo sia bona fide vera, sia legittima). Il semicolto medio ha invece più interesse a che la cultura di massa gli fornisca una visione generale del mondo nelle cui coordinate posizionare il suo bisogno di certezze, anziché al processo di controllo sperimentale, essenza della prassi scientifica che la distingue da altri linguaggi e da altre forme di discorso (metafisica, religione, filosofia, le quali tuttavia hanno anch’esse però dei criteri metodologici). La scienza tuttavia ha fatto della procedura sperimentale il suo marchio di fabbrica, oltre ad assumere questa caratteristica a garanzia di oggettività e “antidogmatismo” – e in una fase della sua storia, in particolare dopo la Controriforma, essa ha esercitato effettivamente un ruolo sociale antidogmatico e rivoluzionario. Al contrario, oggi il semicolto tende ad assumere i risultati della scienza, convenzionalmente accettati, piuttosto in chiave ideologica: per soddisfare il bisogno di adesione ad una verità, che è al contempo un bisogno di certezze.

Altra distorsione cognitiva dell’uomo medio di orientamento scientolatrico è quella di prendere per “normativi” i risultati scientifici: il discorso scientifico infatti è descrittivo non normativo, e non è non è possibile dedurre logicamente conclusioni imperative da premesse descrittive («legge di Hume»). Solo un atteggiamento fortemente arbitrario, può portare a poggiare un ethos sociale e culturale su un’operazione intellettuale che al contrario è descrittiva.

Purtroppo la quasi totale carenza di una cultura epistemologica diffusa ha permesso una visione distorta, addirittura “ideologica” della scienza: ad esempio la colpevolizzazione delle teorie alternative, in realtà necessarie alla scienza stessa, che in molte fasi si fonda sulla competizione di due teorie alternative (es. la teoria corpuscolare contro quella ondulatoria della luce etc..), l’accusa di negazionismo verso chi solleva questioni di metodo su taluni risultati, la confusione – in ambito medico – fra risultati validi e mero marketing farmaceutico, la presentazione di teorie economiche e monetarie come uniche seriamente possibili, e così via.

Sappiamo che oggi nella cultura di massa i contenuti scientifici hanno un’alta importanza nel definire ciò che è l’immagine del reale che l’uomo coltiva. Il problema è che l’immagine stessa che l’uomo medio ha della scienza in sé è falsata. Spesso si dimentica proprio che una descrizione scientifica è una semplice teoria, cioè non la realtà ma un tentativo di descrizione della realtà. Il successo di una teoria è cosa ben poco comprensibile per l’uomo comune, quanto più la sua esperienza sia lontana da un laboratorio o da una istituzione accademica. Tale temporaneo successo è sottoposto non solo a meri algoritmi ma a logiche umane, a interessi sociali, ostracismi e fattori politici, sociali ed economici. Che una anomalia diventi una confutazione decisiva per una teoria o resti una anomalia in attesa di spiegazione, non lo decide un algoritmo ma la prassi e la convenzione del corpo scientifico, e spesso questo passaggio è sostenuto da dinamiche psicologiche, personali etc. tanto che a volte un cambio di paradigma richiede almeno un turn over generazionale della classe accademica – come insegna lo storico e filosofo della scienza T. Kuhn – e non un semplice “esperimento”.

Oggi il semicolto aderisce con convinzione ideologica, spesso con accanimento, al quadro rappresentativo fornito dallo stato attuale delle scienze naturali o sociali, senza neppure sapere che il momento storico in cui si vive da alcuni decenni ha talmente messo a rischio la libertà e l’indipendenza della ricerca scientifica da pregiudicarne quasi lo statuto esistenziale. Si pensi alla situazione in cui alcune attuali teorie, mediche, biologiche, climatologiche, ambientali, lungi dall’essere saldamente corroborate, appaiono zoppicanti sul piano concreto ma sono invece fortemente consolidate sul piano “ufficiale” da decenni, in ragione della loro funzionalità a qualche agenda globale o a gruppi di interessi.

Al contempo l’adesione a una teoria scientifica senza comprendere la natura metodologica della stessa è un tradimento della scienza stessa: assume i tratti di un processo identificativo ideologico, che in questo caso coincide con il “convenzionalismo” acritico dell’uomo di cultura media. Il tipo umano in questione si presta, anche politicamente, ai processi di fanatizzazione contro scienziati “dissidenti” (in quanto sostenitori di teorie legittimamente concorrenti), gli stessi processi con cui identifica, ad esempio, degli avversari politici. Anche la questione della politicizzazione di temi teoricamente più neutrali, come quelli delle scienze naturali, fa parte di questa deriva. Questo ingenera, nella cosiddetta opinione pubblica, un fenomeno di vero “irrazionalismo” scientifico, che al tempo stesso assume aspetti di tribalismo e neo-primitivismo (il premio Nobel per l’economia A. Sen ha coniato la categoria dello “sciocco razionale”, che in parte si sovrappone a questi processi).  Al contempo si avalla un fideismo verso gli “esperti,” figura neo-mistica di pseudoiniziati, il cui tecnicismo esclude qualsiasi possibilità di discussione da parte del popolo profano, che deve accettare con rispetto e reverenza le conclusioni “condivise” dalla “comunità scientifica”. Poco importa approfondire quanto e in che misura queste possano davvero dirsi condivise, e soprattutto se l’accreditamento presso tale consesso di Superiori Conosciuti (anzi spesso delle vere star) sia fatto sulla base di un vaglio operato dagli organi di stampa, piuttosto che su criteri almeno realmente accademici. Proprio come oggi ci troviamo a vedere a rischio la libertà di stampa e informazione (condizionata dal monopolio dei social e degli stessi media convenzionali), non di meno questo rischio investe la comunicazione scientifica.

Atteggiamenti di irrazionalismo scientifico – per questioni che una corretta epistemologia avrebbe saputo quanto meno dirimere – ne abbiamo visti già nel recente passato: si pensi alla pretesa natura “scientifica” del marixismo (c’era chi riteneva il socialismo una scienza) o allo status scientifico della psicanalisi.

Tali fenomeni di partigianeria, che vanno ben oltre il semplice scientismo (cioè la pretesa che il discorso scientifico sia l’unica descrizione corretta e possibile del reale), investono invece un aspetto culturalmente ancora più disastroso: l’uomo contemporaneo rischia addirittura di investire la sua fede scientista su teorie scientifiche già potenzialmente superate, o ampiamente contestabili, ma socialmente e politicamente approvate, per ragioni che non riguardano affatto processi di conoscenza. Siamo sull’orlo in cui l’orrore scivola nel grottesco.  I pericoli dell’irrazionalismo scientifico sono tipici della nostra era, forse assai più che in altre epoche del passato in cui la libertà di pensiero era meno minore, eppure maggiore era l’onestà e il rigore intellettuale.

Abbiamo capito che in questo momento occorre avvicinare il grande pubblico ai temi della filosofia della scienza, del metodo, dei limiti del discorso scientifico e della relazione fra di esso ed altri saperi, altre strutture di pensiero.

 

 

Matteo Martini

 

[1] N. Gómez Dávila, In margine ad un testo implicito, Adelphi 2001

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