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Il trauma del Vaticano II. La dissoluzione “dell’essere parlati” dal mondo

L’ultimo discorso di Paolo VI al Concilio Vaticano II riassume magnificamente il cosiddetto “spirito del Concilio”. Piaccia o meno, sia ritenuto giusto, interessante, affascinante o meno (questo aspetto “di gusto” qui non interessa) appare comunque oggettivamente indubbio che si tratti di un’allocuzione anomala, eterodossa, e non rispondente alla dottrina del Cattolicesimo.

La religione del Dio che si è fatto uomo si è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stato il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo.(…) Anche noi, noi più di tutti, siamo cultori dell’uomo.

Paolo VI, Allocuzione finale del Concilio Vaticano II,  7.12.1965

 

L’ultimo discorso di Paolo VI al Concilio Vaticano II riassume magnificamente il cosiddetto “spirito del Concilio”. Piaccia o meno, sia ritenuto giusto, interessante, affascinante o meno (questo aspetto “di gusto” qui non interessa) appare comunque oggettivamente indubbio che si tratti di un’allocuzione anomala, eterodossa, e non rispondente alla dottrina del Cattolicesimo. E questo per più ragioni. Proviamo ad analizzarle, prima di passare a sintetizzare i principali casi di questo “pensiero non cattolico” che ha cercato di permeare e infiltrarsi in quasi tutti i documenti conciliari. In primo luogo nessun romano Pontefice potrebbe ritenere esistere una religione al di fuori del medesimo Cattolicesimo. “Spiritualità” e “tradizioni” certamente ma non l’utilizzo del termine “religione”, a pena di negare la primazia dell’annuncio di Cristo unico Salvatore delle anime e del mondo, essenza della fede cristiana. Qui addirittura Paolo VI mette sullo stesso piano la religione cattolica, che in quanto Pontefice ha l’obbligo di custodire e confermare, con una fumosa e non meglio precisata “religione dell’uomo che si fa Dio”. Oltre a ciò appare riduttivo e offensivo ridurre il Cattolicesimo alla sola verità dell’Incarnazione di Cristo, in quanto anche il percorso di divinizzazione dell’uomo fa parte integrante della Verità rivelata annunciata dalla dottrina cattolica, seppur questo aspetto sia spesso messo in sordina dalle prassi catechetiche del clero. Si può e deve dire cattolicamente che l’Incarnazione ha senso dal punto di vista di Dio proprio per permettere il ritorno dell’uomo a Dio, cioè la sua divinizzazione, il poter vivere la vita di Dio. Altrimenti non sarebbe fede ma irrazionale scherzo o teatro o avremmo un dio che si burla dell’uomo: lo visita per poi abbandonarlo. Stupisce molto questa irrazionale esternazione di Paolo VI che relativizza la fede e la dottrina cattolica. Ma qui abbiamo anche altre follie. Come ad esempio il ritenere, errando ovviamente, che tutto il Concilio possa ridursi ad una parabola del “buon samaritano”, visita in senso allegorico-moralistico quale sintesi di tutto il Cristianesimo. Il Concilio in realtà riconferma dottrinariamente tutta la Verità rivelata del Cattolicesimo, semplicemente mutando tipo di espressione linguistica, nell’intento di raggiungere meglio i contemporanei nell’identico annuncio di Cristo. Qui invece Paolo VI dice chiaramente che l’intento del Concilio sarebbe un altro, cioè un fantomatico incontro con un’altra antitetica “religione” non cristiana, come se potesse, per via di “simpatia”, trovare un’hegeliana sintesi ulteriore…!

Cosa sia poi appunto questa fumosa e irrazionale “simpatia” (verso chi? verso cosa? tra chi?) che sarebbe l’essenza del Concilio non è dato sapere. La parabola cristica viene pervertita e strumentalizzata per farne una metafora dell’incontro amicale (astratto, e con che finalità?) con dottrine e percorsi non cristiani, come se un passo evangelico potesse essere estrapolato e assolutizzato rispetto all’integralità dei Vangeli e come se chi non è cristiano potesse necessariamente accogliere e comprendere un testo comunque cristiano. Il tema della parabola è invece, a detta di Cristo, semplicemente spiegare a chi crede in Dio e vuole realizzare il comando biblico dell’ “amare il tuo prossimo” verso chi siamo chiamati a farci “prossimo”, cioè “vicini”, cioè verso chi avere compassione, misericordia. Non è un testo spirituale che può avere il medesimo significato per chi non crede nel Dio biblico. Le stesse parole di Paolo VI lo condannano a livello dottrinale in quanto il Pontefice ammette che si sarebbe potuta condannare questa “religione dell’umanitarismo assoluto, ateo” (così è una “religione dell’uomo che si fa Dio, senza l’aiuto di Dio) ma non la si è condannata, cedendo ad una grande “simpatia”! Eresia per via emotiva. Una sorta di nuova “religione dell’emozione”, fine a se stessa! Niente più ascesi, né trascendenza. Solo emozione, immediata, a buon mercato! Nella parte finale del suo sproloquio Paolo VI addirittura cerca assurdamente il consenso e il favore di chi rifiuta ogni metafisica e trascendenza: Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo. Questa frase finale, letta con le altre citate all’inizio, sintetizza l’aspetto oscuro, irrazionale, decadente, eretico e dis-umano del Concilio Vaticano II in quanto viene anti-cristicamente sostituito il culto di Dio e a Dio con un nuovo “culto dell’uomo”, strappo dottrinale totale con la Tradizione Cattolica, confermato dal fatto che tale “umanesimo” di Paolo VI, che si pone anche ideologicamente quale criterio di interpretazione di tutto il Concilio, venga definito quale “nuovo”. Chi conosce la dottrina cattolica infatti sa che dentro il suo Cristocentrismo fondamentale c’è sempre un antropocentrismo in quanto lo scopo della Redenzione e della Rivelazione è proprio la liberazione, salvezza e divinizzazione dell’uomo quale massima creatura di Dio, unica creata a Sua “immagine e somiglianza”. Ma l’umanesimo conciliare esce da questa prospettiva, invertendola e alienandola, eliminando Dio insieme con ogni prospettiva metafisica-trascendente dal naturale e sano antropocentrismo cristiano. Il Cristianesimo viene quindi così ridotto ad una mera morale sociale, privato della sua vera e più profonda identità spirituale, quella mistico-escatologica. La stessa parabola del samaritano viene vanificata nel suo senso spirituale e ridotta a mera allegoria umanistica-moralistica, neutra e generalizzante, mentre, ripetiamo, si tratta di narrazione che ha senso solo dentro il primo comando biblico: Amerai il Signore Dio tuo.

Essere solo dei vuoti e astratti “cultori dell’uomo” non fa bene all’uomo e crea solo dei “vicoli ciechi” in quanto anche i levìti indifferenti e i rapinatori colpevoli sono uomini, come la vittima e il samaritano. Quindi in nome di cosa convertirli dall’indifferenza e dalla colpa se l’unico criterio etico appare l’ “uomo considerato in se stesso”? In questa allocuzione quindi, non a caso posto a suggello-sigillo dell’intero Concilio, assistiamo ad un vero e proprio “suicidio linguistico” della dottrina e della fede cristiana. Si rispetta la Verità scritturale e rivelata in senso formale ma nella sostanza la si emargina, confonde, strumentalizza, oltrepassa, la si umilia e la si sottomette ad una mentalità altra, confusa e irrazionale che depaupera la ricchezza spirituale del Cattolicesimo (inteso solo in senso discendente quale umanizzazione del divino) e nel contempo la relativizza ponendola sullo stesso piano di un’altra spiritualità, non cristiana, ma anticristica, a cui, erroneamente, si delega e relega tutto il discorso, già scritturale e vangelico, del percorso ascendente di divinizzazione dell’uomo. Due parodie, due controfigure poste in bilanciamento, secondo una logica di un rozzo, basso e sciocco manicheismo. Conseguenza: il massimo di dubbio, confusione e la vanificazione di ogni identità cristiana e di ogni slancio di annuncio, di kerigma, che è l’essenza del Cristianesimo. Ancora errando Paolo VI ha relativizzato e strumentalizzato lo stesso Concilio, dimenticando le molte sue parti dedicate alla conferma dell’unica ed eterna dottrina, immutabile, parlando di esso come se si fosse ridotto ad “ascoltare i bisogni dell’uomo”, come se la Chiesa non avesse fatto altro in duemila anni di ospedali, università, opere di assistenza e caritative e istituti di formazione ed educazione. Come se ora la Chiesa dovesse inginocchiarsi ad un altro essere, ad un altro tipo di umanità, chiamata in modo inquietante e allusivo dal Pontefice: figlio della terra. Al Figlio dell’Uomo, cioè Cristo, centro necessario di ogni Concilio Ecumenico cattolico, Paolo VI sembra contrapporre un inaudito e inedito “figlio della terra” (termine non scritturale e non teologico, quindi abusivo, erroneo, pericoloso) che sta crescendo e che reclama una totalizzante (e capricciosa) attenzione. Un’inversione diaballatica totale del senso della fede che dovrebbe animare un Pontefice e un Concilio. Dall’analisi poi dei testi conciliari si nota un’insistente, sottile e subdola intenzione ossessiva che ripete mantra ideologici-retorici che mirano a strumentalizzare e relativizzare la tradizione, la fede e la dottrina e prassi cattolica. I diktat sono noiosamente ripetitivi e vuoti: aggiornare, rinnovare, portare il rito alla comprensione dei fedeli, semplificare! Come se al centro della liturgia non ci fosse Cristo e il rito stesso ma la “capacità di comprensione” del “popolo”. Fattore quanto mai opinabile, relativo, effimero e secondario. Il rito serve proprio nella sua natura iniziatica-mistagogica ad elevare il popolo alla conoscenza di Cristo. Livellare il rito sul piano della ricezione passiva del popolo significa che le pecore devono giudicare i pastori, la massa porsi al posto di Dio, l’ignoranza dettare legge alla sapienza. Una totale inversione linguistica e culturale non può che produrre un’analoga inversione dottrinale e pratica, generando caos, divisione, ribellione, ignoranza. Secondo mantra-diktat ricorrente dei documenti conciliari sta nell’ideologia del dialogo, fine a se stesso e non per l’annuncio di Cristo e la conversione dei non cristiani, nella retorica ingenua dell’incontro, del confronto con i “fratelli separati” e i non credenti o le altre religioni storiche. Nasce infatti la “religione dell’ecumenismo” quale retorica della vicinanza a tutti i costi, del mescolamento, della “preghiera in comune” a prescindere dalla dottrina e dal valore che si attribuisce alla preghiera stessa. Come se la fede e la preghiera fossero indipendenti dalla Verità divina e dalla sapienza. Sottesa vi è una concezione della fede solo soggettivistica e individualistica, autisticamente unilaterale, monadica, anarchica, che dimentica la realtà oggettiva e reale della fede quale “Reale metafisico” fondato sulla visione di Dio quale Persona.  L’errore di fondo che investe tutto il Concilio, facendo perdere peso e rilevanza purtroppo anche alle ampie parti testuali dottrinariamente ben fatte, corrette, ortodosse è un errore di tipo culturale, linguistico, percettivo, pregiudiziale. Un errore pastorale ed ermeneutico molto ampio e grave: il non accorgersi del lato oscuro della modernità in crescita (o fingere di non vederlo) e incensare il mondo in modo ingenuo come fosse la cronaca il nuovo maestro della Chiesa e non lo sguardo di Cristo.

Siamo nel periodo che và dal 1962 al 1965. Anni movimentati e contraddittori: la guerra in Vietman, l’ I have a dream di Luther King, il terrorismo algerino antifrancese, l’omicidio del presidente Kennedy, i primi grandi scioperi alla Fiat di Torino, la prima autostrada italiana, Andy Wharol, i Beatles e i Rolling Stones. I Papi e i vescovi del Concilio invece di interpretare spiritualmente questi tempi, di cogliervi l’ansia di creatività e rinnovamento ma pure l’oscurità antispirituale del primo consumismo di massa, delle prime forme di standardizzazione del pensiero, del gusto, degli atteggiamenti, compiono un duplice e simultaneo errore ermeneutico. Da una parte idolatrano la contemporaneità come se ad essa dovesse per forza piegarsi la Chiesa ponendosi in ascolto della stessa (e non del Cristo eterno) e della sua vuota giovanilistica saccenza, moralistica e sociologica (prodotto televisivo, non certo realistico). Dall’altra pongono in critica e in discussione la Chiesa stessa, auto-colpevolizzandola, condannandola come fosse ebete, demente, incapace di capire il “nuovo”. Come se gli anni 1962-1965 fossero stati così splendidi o meravigliosi, tali addirittura da far considerare come invecchiata e superata la Chiesa stessa e lo stesso Cristianesimo. Certamente furono anni di grandi crescita economica ma anche anni di guerre, lotte interne, contestazioni socioeconomiche, tensioni e inquietudini di massa. Il mondo stesso avrebbe voluto una Chiesa sacrale, autorevole, mistica, che donasse speranza, serenità, coraggio, insegnamenti sapienziali. E invece la Chiesa stessa si è automutilata, de-sacralizzata, ha iniziato a rinunciare al suo potere-dovere di insegnamento verso l’umanità. La Chiesa conciliare ha iniziato a parlare con il mondo senza più volerlo spiritualmente conquistare, convertire. La Chiesa ha iniziato a parlare come il mondo, e quindi ne è divenuta succube, ancella tardiva e penosa della cronaca, del mero fatto, degli effimeri umori del momento, perdendo il suo status aionico, la sua aura sovratemporale. “Aggiornarsi alle esigenze del tempo” fu lo sciocco diktat come se l’Eternità avesse da imparare da un tempo vano e debolissimo, come se le cose celesti fossero meno importanti di quelle mondane, effimere, solo umane. Anche la vita religiosa fu colpita da questo ossessivo e vago ordine che assomiglia agli slogans politici e agli ordini di partito: adattamento alle mutate condizioni dei tempi (mai spiegate e identificate, ovviamente), come recita il documento Perfectae charitatis. Così ad un mondo che aspettava una Chiesa profetico-mistica, giovannea, annunciante con chiarezza e certa fede la Chiesa non rispose e si mise ad ascoltare a sua volta un mondo inquieto e fragile, contraddittorio e violento. Il Concilio negò un vero ascolto anche ai suoi stessi vescovi, molti dei quali chiedevano una nuova condanna ferma del comunismo, la rivelazione dell’integralità del messaggio di Fatima e la proclamazione di Maria madre di ogni mediazione di grazia. Temi forti, mistici e di denuncia del mondo, non di complicità con esso. Proprio il Concilio che doveva più “ascoltare il mondo” fù quello più incapace di comprendere i segni dei tempi. E non erano segni di luce ma di emersione della tenebra. Un sciocco e infantile ottimismo, che mai ebbe la Chiesa di Roma in duemila anni, parodia della virtù divina della speranza, rovinò con il suo moralismo ebete ogni vera comprensione di cosa stava accadendo: la Chiesa che adottava una linguaggio non suo, televisivo, massivo, cronachistico, anti-trascendente. I frutti dell’albero cattivo non possono che essere cattivi, ci insegna il Vangelo e infatti i frutti del Concilio sono sotto gli occhi di tutti: apostasia generale, dissoluzione dell’identità cattolica, riduzione del Cristianesimo a moralistica spicciola, sociologica, pedante, ipocrita, tediosa, inutile, eretizzante, relativizzazione dell’Assoluto e assolutizzazione del relativo cioè del contingente, del modaiolo, del mero capriccio dell’ego. Sembra che l’intento sia proprio quello di spingere verso la disgregazione dell’unità della Chiesa, come mostra quel terribile ambiguo passo dove si autorizzano i Vescovi a “dispensare in casi particolari da una legge generale della Chiesa i fedeli”.(Christus Dominus, II,8,b) Chiara istigazione alla ribellione, alla confusione e alla divisione come se le leggi della Chiesa fossero un giocattolo privato in balìa delle opinioni personali e dei capricci dell’alto clero. Il clericalismo è una delle conseguenze dannose del Concilio nel suo lato oscuro, come se la Chiesa fosse un partito politico.  Possiamo riassumere i fuorvianti e pericolosi mantra conciliaristi in tre tipologie:

  1. a) aggiornare la Chiesa (riti, testi liturgici, pastorale, linguaggi, traduzioni, circoscrizioni diocesane) ai “bisogni-esigenze” e allo “spirito dei tempi”, con la conseguenza dell’attivarsi di un processo di de-sacralizzazione e di continua discussione autocritica dissolutiva, di auto-colpevolizzazione della Chiesa stessa;
  2. b) la “religione del dialogo” e dell’ “ecumenismo” quale nuova ideologia, con la naturale conseguenza dell’indebolirsi dello slancio missionario e dell’emarginazione dell’aspetto oggettivo e reale della Verità rivelata. Cristo infatti non ha comandato il “dialogo” con altre “religioni” ma ha comandato con chiarezza l’annuncio della Sua Verità a tutte le “nazioni”, non riconoscendo altra religione che quella di questo annuncio stesso (Mt.28,19.20);
  3. c) la “libertà della fede” colta in senso soggettivista e astratto, con ovvie conseguenze relativiste e sincretiste.

 

 

Giacomo Maria Prati

 

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