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Introduzione all’Alchimia secondo le sue fonti

La regola anglosassone delle 5 W (Who? What? When? Where? Why?) consente di articolare un discorso completo e consequenziale che permetta al lettore o all’autore stesso, di inquadrare una questione o una problematica da diversi angoli, creando una rete logica di cause ed effetti, tale da descrivere un evento, una situazione o un effetto.

La questione o materia di cui ci vogliamo occupare è l’Alchimia. Il nostro intento si snoderà in cinque articoli e non ha la pretesa di esaurire questo argomento estremamente complesso, che si è snodato nei millenni passati e ha trovato luogo in quasi tutti i continenti. Un argomento che appare sfuggevole come un animale raro, leggendario come la fenice, indecifrabile come la Sfinge. Un argomento senza confini precisi che ha invaso e intriso come l’olio nella carta: l’arte, la scienza, la filosofia, la religione, il mito. Che ha occupato le menti di molti uomini e donne, dalle più sottili alle più grossolane. Una Scienza che fu definita Sacra e che non fu mai rivelata, né violata e prostituita e per questo vista dall’accademia dei parrucconi sapienti: un abbaglio di ignoranza, una scala senza pioli.

Chi si accosta all’alchimia si accosta a qualcosa di grande, a qualcosa che può essere definito un abisso profondo ed oscuro, antico, autosufficiente, potente, una nave che solitaria ha percorso i mari del mondo e del tempo e ignorata ai più approda alle sponde di un evo recente, contemporaneo, presente.

Chi? Chi ama Alchimia? Chi conoscerà Alchimia? Chi ha conosciuto Alchimia?

Il panorama delle fonti alchemiche è veramente amplio e conta centinaia di migliaia di testi scritti, in questo panorama appaiono grandi montagne che definiscono lo skyline di questo immenso spazio. Queste montagne si chiamano “Adepti”. L’adepto è colui che ha ottenuto, colui che è riuscito ad ottenere la famosa Pietra Filosofale, temine ultimo della Grande Opera, le fatiche dell’alchimista. Questi Adepti hanno lasciato opere scritte o disegnate e sono riconosciuti dagli studiosi e da altri adepti stessi come garanzie di veridicità, come guide e maestri per chi ancora cerca. Questi esseri sono gli unici che possono dire di aver conosciuto Alchimia o di averla almeno sfiorata. Queste montagne saranno la nostra stella polare e ci indicheranno alcune qualità necessarie di CHI voglia accostarsi a questa mistero per poi penetrarlo. Perché alcune qualità sono necessarie per calcare queste strade polverose, questa selva che appare all’inizio oscura perché piena di troppa luce.

Considerando che il primo testo di Alchimia in Latino fu tradotto dall’arabo nel 1144 e che gli arabi stessi furono le montagne dei nostri padri occidentali, è semplice capire perché un monaco francescano alchimista scelse come nome di penna Geber, il famoso sapiente islamico Jabir ibn Hayyan del IX secolo. Per circa 600 anni nessuno si accorse che i testi circolanti sotto il nome di Geber erano opera di un italiano, questo perché non era importante sapere chi aveva scritto quei testi colmi di sapienza, ed anche perché l’uso dei nomi di penna presi a prestito da personaggi importanti o inventati fu comune tra gli alchimisti. Geber o come viene chiamato oggi Pseudo Geber, fu uno dei fari degli alchimisti medievali e rinascimentali e sarà lui a dirci qualcosa sulle qualità necessarie a CHI voglia avvicinarsi a questa Sacra Scienza:

[.. ] sappi, carissimo, che chi nella filosofia ignora i principi naturali, è molto lontano da questa nostra arte perché non possiede la vera radice su cui fondare il proprio intento. […] Vi sono molti che hanno la testa dura e priva di qualsiasi ingegnosa penetrazione, che a malapena riescono a capire il senso e la ragione comune e che con difficoltà imparano le opere comuni al volgo.

Tra costoro ve ne sono molti che hanno un’anima facilmente dedita a congetture su qualsiasi fantasia, e tutto ciò che di vero credono di aver trovato è irreale, del tutto lontano dalla ragione, pieno di errore e lontano dai principi naturali, perché il loro cervello, pieno di tante fantasticherie e fumosità, non può accogliere la vera intenzione delle cose naturali. Tra loro ve ne sono alcuni che hanno un animo che si muove da un’opinione all’altra e da un volere all’altro, che ora credono una cosa e la vogliono senza che ci sia alcun fondamento di questa ragione, ma poco dopo credono e vogliono un’altra cosa: costoro sono di un animo così instabile da non riuscire a portare a termine che la minima parte di ciò che intraprendono, lasciandola anzi imperfetta. Ve ne sono altri che non possono capire nulla di vero a riguardo delle cose naturali, non più della bestia, come gli imbecilli, i pazzi, i bambini. Altri semplicemente disprezzano questa scienza e non pensano che sia [possibile] e altrettanto questa scienza li disprezza e li allontana dalle proprie mense e dal preziosissimo compimento dell’opera. Infine ve ne sono alcuni schiavi del loro denaro e dell’avarizia: costoro vorrebbero trovate quest’arte, persuasi che sia vera, e sebbene raffermino e la indaghino secondo ragione ne temono le spese e per avarizia non ne conseguono il fine.”[1]

Basilio Valentino[2], nella sua Rivelazione e Dichiarazione, conferma:

Considero istruito nella vera SCIENZA colui il quale, dopo la parola di DIO e i Misteri della salvezza della sua ANIMA, ha imparato, per mezzo di buoni princìpi e fondamenti ben ragionati a conoscere bene, la NATURA delle cose sublunari, che racchiudono i Minerali, Vegetali & Animali: affinché la luce di una vera e solida conoscenza dissipi e faccia svanire l’oscurità dell’ignoranza e che noi possiamo distinguere il buono dal cattivo, ovvero il bene dal male.”

E Arnaldo da Villanova[3] nel Lo Specchio dell’Alchimia ripete:

“Perciò per quelli che non hanno ingegno naturale, anima sottilmente indagatrice, principi naturali e artifici che possano seguire la Natura nelle proprietà del suo modo di agire, non troveranno la vera radice di questa scienza preziosa. Pertanto abbiamo trovato che molti hanno un’anima facilona e incline alle fantasie: quando credono di aver scoperto la verità, è tutto fantastico e lontano dai principi naturali.”

In questi brevi passi viene descritto un essere solido, concreto, determinato, costante, aperto, curioso, saggio e colto. Come può un uomo così credere alle favole o alle fantasticherie di una sacra arte che promette una medicina per tutti i mali? Che promette la possibilità di allungare la vita e trasmutare i metalli vili in oro? L’amore per la vita, il timore verso Dio, la stima e la venerazione della Natura e le sue leggi, la carità e il buon cuore sono altrettante virtù che l’Alchimista, secondo i saggi, dovrebbe avere. Conditio sine qua non che non determinano la riuscita ma che aumentano le probabilità di questa. Certo, alcuni, leggendo queste descrizioni potrebbero sentirsi scoraggiati dalle molteplici qualità necessarie per proseguire nel cammino, qualità che non si esauriscono con queste appena riportate, ma si accumulano lungo i testi scritti nel tempo.

Un altro autore molto più recente viene in soccorso a chi inizia a cedere al pessimismo e apre degli spiragli interessanti:

“E’ quindi persino diventato un proverbio che o l’Alchimia trova il galantuomo, o galantuomo lo fa. Infatti quanto uno più procede nella scienza delle temporali cose periture, tanto più stretto s’accosta al Creatore e alla di lui conoscenza; e quanto meglio vada uno conoscendo il Creatore suo e d’ogni cosa, tanto più intimamente ama il suo Fattore e più si studia di conformarsi ai suoi voleri.[4]

La stessa ricerca cambia il postulante, che come neofito, una giovane pianticella, cresce nella direzione di una visione più amplia, una ricerca che dilata gli orizzonti di una vita che non ha senso nella polvere della materia, ma che proprio grazie alla materia e all’Alchimia trova la porta di uscita verso la Luce. Non è importante chi cerca l’Alchimia, l’importante è cercarla, perché il Chi a cui dovremo e potremo rispondere alla fine del viaggio in questo mistero è il “CHI SONO”!

Ma questo lo vedremo prossimamente…

 

Giovanni Atrop

 

Note

[1] Geber, Chimìa Ovvero La Somma Della Perfezione Del Magistero, Da: “Alchimica. I testi della tradizione occidentale,”M. Pereira, Mondadori, 2006

[2] Col nome di Basilius Valentinus (spesso italianizzato in Basilio Valentino), presentato come un monaco benedettino del XV secolo, apparve, all’inizio del XVII secolo, una serie di trattati di alchimia che ebbe grande diffusione e successo. È stata però avanzata la forte ipotesi che a scriverli sia stato il loro stesso editore, Johann Thölde (ca. 1565-1614). La stessa leggenda della scoperta fortuita dei manoscritti originali in una colonna dell’Abbazia di Erfurt appare chiaramente un racconto mitologico. Anche l’esistenza storica del monaco è spesso messa in dubbio.

[3] Arnaldo da Villanova (Valencia o Villeneuve-lès-Maguelone, 1240 – Genova, 1312 o 1313) è stato un medico e scrittore di opere a tema religioso in catalano del XIV secolo. Culturalmente molto vicino al francescanesimo spirituale, fu un personaggio influente nelle corti europee all’inizio del XIV secolo, consigliere del re d’Aragona, del papa e del re di Sicilia. Subito dopo la sua morte, la sua personalità e studi gli conferirono fama di alchimista e mago.

[4] Johannes de Monte Snyder (1625-1670?), Premessa al Commentario sul Farmaco Universale, Archè, 1974.

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