011664

La desacralizzazione dei testi liturgici

L’ultima modifica testuale alla Liturgia cattolica si presenta nel Sussidio della Conferenza Episcopale Italiana con l’ambizione di offrire un testo più fedele alle profondità spirituali delle Sacre Scritture ma produce al contrario confusione, effetti retorici, sviamenti ed errori.

Rendo noto a voi fratelli la buona notizia (Vangelo) che annunciai

a voi che la riceveste e in cui rimanete e tramite la quale siete salvati

in quella Parola che annunciai a voi se la tenete, altrimenti

avreste creduto invano

1Corinzi, 15,1.2

 

L’ultima modifica testuale alla Liturgia cattolica si presenta nel Sussidio della Conferenza Episcopale Italiana con l’ambizione di offrire un testo più fedele alle profondità spirituali delle Sacre Scritture ma produce al contrario confusione, effetti retorici, sviamenti ed errori. Non è la prima volta che una riforma contraddice nei suoi risultati le proprie intenzioni. Il Rinascimento sorse con l’amore per Filologia da parte degli umanisti che erano innanzitutto appassionati e tenaci studiosi di greco, latino ed ebraico: Giovanni Pontano, Marziano Capella, Lorenzo Valla, Pico della Mirandola, Angelo Poliziano, Pietro Bembo, Pomponio Leto, fino a Paolo Giovio e molti altri. Oggi la nobile e difficile arte della traduzione, del versare una lingua in un’altra senza perderne valore e senso, appare messa a dura prova dal “politicamente corretto” cioè dalle mode della retorica comunicativa imperante di origine massmediale. E allora le “novità” se non inutili diventano regressive. Mettere mano alla Sacra Scrittura dovrebbe essere compiuto con quella venerazione propria degli umanisti e degli amanti della Tradizione e non compiuta a cuor leggero con uno spirito di superiorità e facilità. Questo per prima cosa in considerazione della severità con cui lo stesso Cristo, insieme al suo discepolo Paolo, redarguiscono chi osi modificare la Legge e il Vangelo. Se infatti il Cristo afferma con forza che “finchè non passino cielo e terra non uno iota e non un apice cadrà dalla legge prima che tutto accada” (Mt.5,18). Questo significa che sia il testo greco di tutto il Nuovo Testamento (e lo iota è una lettera greca) che il testo ebraico del Primo Testamento (a cui allude il termine “apice” cioè: qotz, rappresentante quei piccoli puntini o virgole che accompagnano alcune lettere dell’alfabeto ebraico) a detta del Cristo non è modificabile da parte degli uomini e non cessa né diminuisce nel suo valore. Questo perché il Nuovo Testamento è scritto in greco e quindi il riferimento di Cristo alla lingua greca sembra già una profezia sulla futura stesura dei Vangeli in greco, oltre che riferirsi certamente alle versioni greche della Bibbia. Cristo stesso quindi sanziona l’importanza assoluta dei testi originari e se Lui compie una Legge e una Profezia immutabili non saranno immutabili anche i Vangeli che a Lui si riferiscono e Lui annunciano? Non è Cristo la Legge e la Profezia incarnata e realizzata pienamente per la prima volta? Ricordiamo infine l’anatema contenuto alla fine dell’Apocalisse di Giovanni su chi modifica il testo della rivelazione giovannea e l’anatema di San Paolo contro chi annuncia un Vangelo differente da quello da lui annunciato: “anche se a voi un angelo del cielo vi annunciasse un Vangelo diverso da quello che vi annunciammo sia maledetto” (Gal. 1,8.9). Maledizione ripetuta due volte. Non possiamo dire che l’apostolo delle genti non sia stato chiaro!

Molte modifiche invece dell’ultima riforma appaiono, prima che dannose, inutili. Già l’idea di mutare parole liturgiche antiche di molti secoli produce automaticamente e implicitamente un effetto di desacralizzazione in quanto induce tacitamente il pensiero che allora si sia errato per lungo tempo! Dopo aver declassato la sacralità del latino, che mediava per tutti gli originali greci, ora si vuole continuare con l’ideologia di una “riforma continua” che denota con chiarezza solo l’inquietudine e l’instabilità spirituale di cui la persegue con fanatica tenacia.

Pochi esempi saranno emblematici. Nei “Riti di introduzione” il saluto rituale del sacerdote viene cambiato nel plurale del congiuntivo finale: “siano” al posto di “sia”, riferito alla pluralità di “grazia”, “amore”, e “comunione” divina augurata ai fedeli. Una modifica stupida che appiattisce sull’apparente valore del “linguisticamente corretto” (in italiano) il valore mistico e teologico superiore dell’unità di Dio nella molteplicità della Santissima Trinità. Il saluto sacerdotale è infatti un saluto trinitario in quanto si augura ai fedeli che la grazia del Figlio, l’amore del Padre e la comunione dello Spirito Santo sia con tutti. Sia è indicato al singolare non per ignoranza degli antichi, che erano molto più dotti e sapienti dei loro contemporanei ecclesiali e clericali, ma per indicare l’unità di Dio. Per lo stesso motivo per nei Vangeli il Cristo comanda (non suggerisce, ma: comanda) l’annunzio del Vangelo e il battesimo per chi lo accoglie nel nome (al singolare) e non nei “nomi” del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Tale minima modifica quindi presenta ugualmente effetti gravemente dannosi perché fa passare per ignorante una Tradizione che andrebbe spiegata prima che stuprata e cassata per adattarla all’ignoranza della società di massa. La recente desacralizzante modifica quindi fa prevalere le “attribuzioni” simboliche alle distinte persone divine sulla unità della sostanza di Dio. Come dire che allora da Gesù non viene l’amore e la comunione ma solo la grazia e via dicendo. Questo mostra come ogni minima modifica non suffragata da ortodossia sapienziale e teologica introduca crepe e strappi.

La fede è come una diga: una piccola crepa può portare ad un disastro. Simile idiozia si nota nella sessualizzazione dei destinatari della Confessio con l’aggiunta delle “sorelle” al tradizionale: “fratelli”. Modifica sciocca e desacralizzante in quanto appare ovvio come nel concetto di adelphos o frater, cioè di discepolo di Cristo, fosse inclusa tutta la natura umana, compresa la sua declinazione femminile. Nessuno ha mai avuto dubbi in questo. Qui la modifica induce l’errore di screditare la Tradizione in quanto data per maschilista secondo una logica non più cristiana né razionale ma ideologicamente femminista. Si introduce quindi una nota mondana e conflittuale nella sacralità della lingua liturgica, con effetti vagamente comici e ridicoli. Valeva la pena ridicolizzare e mondanizzare la sacralità della Tradizione? Non sembra. Lo Spirito supera la distinzione sessuale. Lo insegna la stessa Genesi: maschio e femmina li creò (Gen.1,26.28). Nel Gloria, che riprende il canto angelico al Natale del Signore (Luc. 2,14), abbiamo un’altra modifica mossa dal “politicamente corretto” ma altrettanto errrata, inutile e fuorviante. Al posto della pace augurata agli “uomini di buona volontà” si pone la frase “amati dal Signore”. Ma il testo greco originale non utilizza alcun termine che rinvii ad un’idea di amore. Non c’è phileoagapao. Si parla solo di “uomini dell’eudokias del Signore. Eudokeo è variante positiva di dokeo e significa: “essere contento, lieto, grato, approvare, compiacersi”. Verbo che viene ripreso nei Vangeli per indicare il compiacimento di Dio Padre per il Cristo al battesimo al Giordano (Mt.3,17). Andrebbe quindi tradotto così: pace agli uomini in cui Dio si compiace, oppure: agli uomini benvoluti da Dio. La traduzione tradizionale che recita “uomini di buona volontà” appare anch’essa quindi formalmente non aderente alla lettera del testo greco del Vangelo ma presenta due punti di valore che la rendono superiore all’attuale erronea variante. Per prima cosa è traduzione antica e tradizionale che viene dal versare in latino il greco originario. Spiritualmente infine mostra con preziosa sapienza l’importanza della volontà che nei Vangeli viene insegnata essenziale dal Cristo. Gesù infatti guarisce chi vuole essere guarito e conferma con il prodigio una volontà di guarigione che viene sovrapposta alla scelta di credere. Non solo: l’amore Uomo/Dio nella sua reciprocità viene sempre posto dai Vangeli nella concretezza dell’adempimento dei Dieci Comandamenti di Dio. Il Vangelo di Cristo non viene mai annunziato quale sentimento a cui aderire (si può comandare un sentimento o un’emozione? No) ma quale scelta di volontà da compiere con coscienza e assenso-deliberazione interiore. Ce lo confermano e riassumono due passi chiarissimi del sapiente Giovanni: a) “se mi amate osserverete i miei voleri” (Gv.14,15); b) “se qualcuno mi ama conserverà la mia parola…” (Gv. 14,23). Entolè significa solo: ordine, comando, istruzione, precetto. Giustamente la Tradizione lo ha tradotto sempre con: comandamento. Senso di origine militare, gerarchico. Solo nell’ubbidire ai Dieci Comandamenti che Cristo compendia e unifica nella Sua vita e nel suo insegnamento vangelico può esserci chiaro incontro tra Dio e l’Uomo. Altrimenti come sapremmo se Dio ci ama? Come sapremmo cosa vuole Dio? Giovanni ci insegna che obbedire alla Volontà di Dio e custodire la Sua Parola sono due modi distinti per indicare la medesima scelta di vita che attrae la grazia e il compiacimento di Dio. La recente modifica invece segue il noioso e logoro sentimentalismo che oggi domina una comunicazione ecclesiale in gran parte appiattita sulle formule e sui clichè massmediali. Retoriche tutte ruotanti sull’abuso del termine latino “amore” che latinamente indicava solo la passione dei sensi al contrario del più spirituale “dilectione” il quale non a caso contiene il senso deliberativo e selettivo originario di “eligo”. L’attuale modifica appare diseducativa in quanto fa proprio obliare il centro del messaggio evangelico: una volontà umana rinnovata e unita alla volontà divina. Oggi il termine “volontà” è ridotto e degradato ai capricci effimeri dell’ego e alle suggestioni del momento, e quindi appare nel suo senso autentico di “scelta di vita”, di deliberazione profonda che unisce interiore ad esteriore, un significato tabù da elidere e obliare in ogni maniera. Nella melassa di un “amore” ridotto ad ontologia della confusione e dell’indistinto non c’è più nulla da volere o da scegliere, né Dio ci chiede nulla in particolare né l’uomo è chiamato a chissà quale ambizione o ideale! Non esageriamo! Perché volere qualcosa oltre la funzione di consumo? Sono le parole dell’infimo uomo terminale nella cristica e sapiente profezia di Nieztsche sull’ “uomo pulce” che confonde il benessere immediato e superficiale con la felicità, che richiede una tensione dell’oltrepassarsi, una qualche forma di trascendenza, ancorchè immanente. E in nome di questa idiota “ideologia dell’amore” (pseudo-amore) gli uomini di Chiesa osano persino far dire agli angeli di Dio quello che non hanno mai detto nei Vangeli.

E veniamo alla più grave delle manipolazioni: quella sul  “Padre nostro” (Mt.6, 9-13; Luc. 11,2-4). E’ la più grave perché riguarda i cosiddetti “ipsissima verba Christi”, cioè le parole che direttamente Cristo dice nei Vangeli e riguarda la nuova e fondamentale preghiera che il Maestro insegna ai discepoli direttamente e pubblicamente. L’unica. Altro caso di modifica inutile, del tutto erronea e pericolosa. Quì assistiamo al paradosso dei servitori primi di Cristo, il clero, che cambiano senza ragione (ma ci può essere una ragione per falsificare le parole del Figlio di Dio?) la preghiera di Gesù introducendo un’inesistente “non abbandonarci” al corretto e tradizionale: “non indurci in tentazione”. Sembra quasi una sfida contro Dio. Tanto vana quanto idiota. Il termine greco di riferimento è chiarissimo nel suo senso quasi fisico: eisphero, cioè: spingo, conduco, entro, introduco, ingoio. Il documento della CEI fa leva su un presunto senso “concessivo” che ricavano da un altro possibile senso del termine: lascio entrare, ricevo, accolgo. Ma si tratta di un pietoso velame che serve ad attenuare il senso di pieno errore di traduzione. “Lascio entrare” non è “abbandonare”! Allora perché non hanno tradotto: “non lasciarci entrare in tentazione”? O ancora sarebbe stato affascinante: “non lasciarci ingoiare dalla prova”! Il senso è chiaro: si prega Dio di non permettere che la prova sia troppo forte per noi e ci trovi soccombenti. Una preghiera di umiltà. Che tale verbo vada tradotto in senso dinamico e di movimento è confermato dal fatto che sia un verbo composto (eis-phero) che contiene già in sé la preposizione eis (verso) che a sua volta spesso regge dopo di sé e dal contesto testuale dei Vangeli che confermano con chiarezza l’indirizzamento dell’uso di questo verbo eis perasmon, cioè: “verso la prova” (Mt.6,13 e Luc.11,4). Naturalmente nel male c’è sempre anche un po’ di bene e non mancano nell’ultima riforma liturgica innovazioni testuali raffinate, anche poetiche, e più aderenti al testo greco vangelico ma qui appare più urgente e importante stigmatizzare gli errori di metodo e di traduzione in quanto espressione di una mentalità desacralizzante che spinge verso una dimensione orizzontale e indistinta piuttosto che verticalizzare il linguaggio religioso.

 

Giacomo Maria Prati

Condividi l'articolo

Condividi su facebook
Condividi su google
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su pinterest
Condividi su print
Condividi su email
ISCRIVITI A POLIPHYLIA

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti al nostro blog, riceverai via e-mail le notifiche di nuovi articoli pubblicati.

salute vera

SanFair Newsletter

The latest on what’s moving world – delivered straight to your inbox