Franco-Battiato-45-giri

L’Arte dei primi video di Battiato – invito all’ascolto delle immagini

Mr. Tamburino non ho voglia di scherzare

Rimettiamoci la maglia i tempi stanno per cambiare 

Bandiera Bianca

 

I video dei primi album di Battiato rivelano un qualcosa di speciale e di raro. Non si tratta di una mera spettacolarizzazione o alienazione massmediale di un ritmo, di un’aria musicale, oggettualizzazione che riduce la libertà di ricezione della stessa musica (per cui siamo educati a viverla come indica il video) né di un mero commento-enfatizzazione visiva alla forza del singolo pezzo ma abbiamo qualcosa di più e di differente, come un’ “arte” interna e parallela che moltiplica e risuona i carismi e le aure della musica, slatentizzandole, ma pure complicandone la percezione essenziale. Andiamo per ordine. Il primo video è quello girato nel 1980 per “L’era del cinghiale bianco”, uscito nel 1979. Inizia come finisce: con l’amico Giusto Pio che entra in ombra con il suo violino e si colloca tra un uomo seduto con khefia rossa alla maniera giordano-irakena, una donna e Franco stesso che canta guardando sempre in modo iconico e frontale e vicino ad una lampada che sembra una luna artificiale montata su di un sostegno verde (la montagna Qaf citata da Guenon?) La ragazza appare veramente bisognosa di una nuova epoca aurea (quella appunto del “Cinghiale Bianco”) in quando viene colta sempre in postura catatonica, alienata, depressa. La narrazione scenica si svolge dentro uno spazio di ambientazione araba d’interni dedicata al fumo e al the. La forma spaziale coniuga la curva delle volte al quadrato del perimetro. Una canzone tutta dedicata all’Oriente: si cita Tunisi, Turchia, Damasco, come se Franco manifestasse incertezza su quale via orientale seguire per evocare “l’ombra dell’Identità”. Il tutto mentre il canto si eleva tra la quaternità dell’uomo con il turbante, il violinista, il cantore e la donna desolata. Una quaterna esoterica, inclinata a chiasmo? Un video quasi dimesso ma che tiene una sua autonomia identitaria complementare e parallela alla canzone e che si conclude in modo uguale e contrario a come inizia con le figure in ombra e un sipario scuro dal basso.

Sempre del 1980 un video ricchissimo e stupendo per un’altra canzone stupenda: Up patriots to arms, traboccante sperimentazione, ironia, metalinguaggi e polisemìe. L’inizio del video è folgorante, spiazzante. Mentre un televisore-feticcio manda in muto immagini di un tipico film musicale hollywoodiano anni 40-50 Franco appare come morto, dormiente al buio davanti all’ipnotico televisore, proprio mentre la canzone recita: la fantasia del popoli è giunta fino a noi carica di menzogne. Corrosivo sarcasmo contro la magia massiva e alienante dello schermo? Ma pochi attimi dopo vediamo il primo piano del suo enigmatico ed esoterico volto che canta guardandoci come una sfinge. Gli occhi sembrano ammiccare iniziaticamente nel loro alternarsi, ora socchiusi e ora lampeggianti in veloci aperture. Alla magia sterile del televisore sembra contrapporsi la magia rituale dello sguardo del cantante. Il sapiente e acido sarcasmo si fa ancora più efficace contro gli standard della società di massa negli spezzoni colorati ma opachi di un quartetto buffo e surreale che danza alternandosi, a chiasmo. Il cantore è l’Hermes musico che muta maschera permanendo nell’impermanenza della musica-vita. Battiato metamorficamente appare come volto allusivo e misterico, viso che assume e recita il malessere, danzatore buffo tra amici, cantante vestito in un black egizio-turco in una balera di liscio. Stupenda la scena dove “suona” una già surrealista macchina da scrivere scattando ogni tanto ritmicamente con il volto verso chi guarda mentre Giusto Pio opera al sintetizzatore. Scena futurista quanto mitopoietica nel suo gusto per uno “sperimentalismo rituale”. E il tutto mentre lo stesso flusso video viene eraso e ripreso come sequenze di onde che si sovrappongano alle precedenti. Metafora stupenda del carattere liquido di ogni medium. Nell’ultima parte sembra profetizzarsi per gesti il passaggio di paradigma dagli stilemi sovietici a quelli islamici. Certo che è compare un ruolo decisivo delle posture corporali e oggettuali: cinque bandiere colorate mentre evoca Khomeyni, pose da retore romano con la kefiah usata come toga, una tenda con una donna accucciata e amici che la reggono (mi ricorda istintivamente non so perché la carretta di Nietzsche, Lou e Paul Rèe), la tenda alla Linch dietro al Franco che canta nella balera, ricordo autobiografico lombardo, e la capotte della vecchia automobile guidata da un autista con baffi alla Zapata e Franco che telefona. Questa suggestiva immagine finale mi evoca invece istintivamente sia Trotsky che Kemal Ataturk. Certo che è che il video sembra distillare l’essenza di uno spirito rivoluzionario in movimento colto però nei suoi aspetti simbolici, spirituali e archetipali, cioè in senso post-ideologico. Visionarierà pionieristica quanto ricapitolativa per un oltrepassamento esistenziale. E che dire del Franco con ombrello bianco a fianco di un santino di una religiosa mistica? Il tema della “copertura” appare uno dei fili rossi di questi flussi trans-immaginali. Geniali giustapposizioni di una visionarietà sapienziale. Lo stesso sarcasmo verso il dimenarsi disco-pop assume nella declinazione video di Franco una bizzarra dignità da moviola o para-ritualità inconsapevole ma vivente. Significativo anche il video della canzone che rende Battiato una star italiana: “Centro di gravità permanente” (1981). Anche qui l’inizio è spiazzante con il cantore che indossa una blusa fra i film di fantascienza sovietici e le divise del film “Il deserto dei Tartari”. Qui le strane “danze battiatesche” raggiungono il loro apice di surrealità rituale fra gesti spezzati, rallentamenti e reversioni spaziotemporali. Battiato situazionisticamente batte la discomusic sul suo terreno di gioco: il corpo. Non solo la demitizza ironicamente ma pure nel contempo ne ri-sacralizza narrativamente il nucleo di ritualità dinamica. Il tutto esibendo quel codino che andava di moda fra i giovani di allora, mentre la canzone parla solo di estremi spaziali dove il tempo non passa: dalla Bretagna alla Cina! In mezzo il dimenarsi di un Occidente in implosione. Il colbacco asiatico sembra geopoliticamente profetico.

Ritornano la scissione immagine-voce e gli stacchi dialettici nel video della canzone “Bandiera Bianca”, sempre della Voce del Padrone (citazione della poesia “L’ultima ora di Venezia” del patriota antiaustrico Arnaldo Fusinato) dove abbiamo un Battiato profeta sfingeo con i fantomatici occhiali da sole e ancora il codino. Il suo volto ermetico spezza frammenti televisivi fra partite di calcio, sfilate di moda, un vecchio film su Laurence d’Arabia, un Reagan aggressivo e missili che partono in sintonia con accordi di tastiere che sfumano. Stigma di un’umanità che canta e beve sul ponte di un Titanic che affonda. Fantastica la giustapposizione di frammenti video di un mondo caduto in uno stato di guerra permanente con scampoli e residui di vita agricola-domestica, inconsapevole come la vita degli animali da cortile. La “danza” quale essenza-esigenza trasformativa, aionica, iniziatica viene celebrata nella canzone: Voglio vederti danzare (1982), il cui video è ambientato nel deserto tunisino vicino a Ksar Rhilane. Il video inizia dal silenzio e finisce nel silenzio, attorno al fuoco notturno acceso da un gruppo di Berberi. Ormai quasi un documento etnografico. Un video naturalmente e semplicemente poetico, molto pulito e minimalista dove il cantore danza i suoi movimenti tra il rituale e l’a-semantico solitario e in un non-luogo dato da uno spazio sgombro e deserto. La danza viene colta quale tenace permanenza trans-culturale di una via di “uscita dal mondo”, tecnica senza tempo di inganno di kronos. Nel e dal silenzio del deserto simbolicamente l’origine sapienziale della musica. La gestualità regge anche tutto il video de’ “La Stagione dell’amore” (1983) dove Franco e una donna danzano con movimenti che sembrano derivare da danze ignote, inventate ma credibili e con una loro saggezza fisica, fra l’automatico e l’armonico, alternate ad altre tipiche gestualità di Battiato: quelle con le mani e le braccia che si muovono lentamente come ad intercettare armonie invisibili nell’aria. Un senso di spiazzamento e vertigine viene naturalmente indotto dal continuo oscillare del cantore. Il tutto alternando figure in ombra da controluce e sdoppiamenti di immagine come a far risonanza al concetto di ciclicità delle appunto “stagioni dell’amore”, ricondotte ad una loro essenza naturale e cosmica. Dopo questi video si perde questa rara magia visiva. Saranno video sempre curati e lucidi, anche esteticamente perfetti, ma non andranno oltre un “blob” colto a corredo delle affascinanti musiche, e non più polarità narrative ed evocative dinamiche ed autonome dove si gioca creativamente dentro e oltre l’immagine e il suo rapporto con il suono. Quando non cadono nel descrittivismo pedagogico come nel video di “Torneremo ancora”, “Testamento” e “Il Vuoto”, canzoni stupende ma dove l’immagine non regge la bellezza della musica, anzi la depotenzia nel suo rincorrerla. Nell’Arte mai esibire l’Opera che già c’è. Chi non la sente non la vedrà comunque anche se la si indica.

 

Giacomo Maria Prati

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