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L’eco del mito, incontro con la pittura di ANGELO MARINI

Una danza di spiriti, coi piedi ben piantati nei sogni cavalcando leggende ed incantesimi: questa potrebbe essere una definizione dell’arte differente di Angelo Marini da Sant’Angelo in Vado. Giusta, eppure c’è dell’altro che merita assolutamente la pena d’essere scoperto…

Conobbi Angelo a Urbino, in un pomeriggio d’inverno freddissimo che mi trovavo a passeggiare lungo i portici antichi sotto i bastioni del palazzo Ducale, fantasticando di storie d’esseri fatati mentre mi baloccavo fra i ricordi.No, non credo affatto nel caso. E infatti fu altro che mi spinse a entrare in una piccola galleria d’arte a mala pena illuminata, dove gli oggetti dei miei pensieri mi si pararono dinnanzi non come, ma per magia.
Erano lì, non più in me soltanto e nella mia testa matta di pensieri differenti: ma sulle pareti tutt’attorno, per questo trasformate in quinte di un giardino segreto popolato da “presenze”: visibili, finalmente!
Silfidi e ondine. Fate, figure mitologiche e sibille. Ed io, io che prendevo a contemplarle in un stato di crescente, quieta euforia estatica, mentre loro mi scrutavano nell’anima di rimando, violandomi per consegnarmi sempre di più a me stesso.
In un gioco di specchi senza fine sulla scia delle emozioni.
Non era più una galleria, ma un bosco sacro. E mi ritrovai prigioniero consenziente ed entusiasta di un magic ring: uno di quei cerchi sui prati creati dai fatati nel corso delle loro “folli”, estatiche danze notturne illuminate dalla luna!
Eccovi, eccovi spritelli delle fonti e delle rocce!
Eccovi, eccovi forze primigenie che date forma alle valli e le montagne!
Ben trovati, ben trovati a tutti voi spiriti degli alberi e dei laghi, dei fiumi e dei ruscelli, dei funghi, delle caverne oscure, e di tutto quello che segreto vive in ogni anfratto inviolato della natura-come-tempio!
E negli angoli più remoti del cuore di quelle genti fatte di SPIRITO soltanto…

Ingannato lo spazio, toccò poi al tempo. Gli attimi si fecero minuti, e sarebbero state ore se all’improvviso una di quelle figure non si fosse come staccata dallo sfondo per venirmi incontro, iniziando nel mio stupore a favellare.
“Da quanto era lì, senza che mi accorgessi della sua presenza?”
Era Angelo, l’artista-medium-sciamano artifex di quelle meraviglie!
Occhi inquieti, ma sereni.
Aspetto fra l’elfo e il mago, il veggente e il leprecauno. Lui stesso, opera. Testimonianza vivente dell’arte sua e del suo diverso vivere e filosofare per immagini.
Provò a spiegarmi quel che faceva con parole e modi destinati alla banale comprensione. Lo fermai subito, spiegandogli che fra NOI sarebbe stato oltraggio. Era tutto chiaro, limpido, specchiato.
La sua vita di pellegrino del sapere, di ramingo pastore d’immagini e visioni, la sua esistenza votata all’arte come strumento di cristallizzazione plastica di universi altrimenti onirici ed esoterici soltanto, era tutta lì: oil on canvans, tempere su tavola e pietra, tecniche miste. Carne, sangue e anima. Oltre il bisogno di ogni “perché”.
Naturale quindi si argomentasse riguardo al “come” solamente.
E ci raccontammo –imperdonabili al mondo- di visioni e sensazioni, girovagare solitario fra gli Appennini, letture comuni e nostalgie condivise di luoghi visti mai ma mille volte visitati in sogno. O in brevi attimi di pura quiete e contemplazione in una solitudine che non può esser mai tale per chi viva in chiave cosmica, fiabesca.
Il genius loci che l’aveva formato, ne aveva messo di suo.
Sant’Angelo in Vado, borgo antico ai piedi dell’Appennino nel cuore di una terra che ha visto passare santi, mistici e maestri, con orma ormai indelebile.
Sant’Angelo in Vado, particula –porzione- di quel Montefeltro mistico fatto di arte e di leggende. Dante e San Francesco ci passarono, dimorandovi. Piero della Francesca e Giovanni Santi (padre di Raffaello) ci transitavano costantemente. Raffaellin del Colle ci lascio opere magistrali. Gli Zuccari, lo ebbero per luogo natio.
Il Marchese Francesco Maria Santinelli, alchimista –autore della Lux Obnubilata Suapte Natura Refulges e dei Sonetti Alchemici sotto lo pseudonomi di Fra’ Marcantonio Crasselame Chinese- vi ci costruì un castello e comperò una torre per i suoi esperimenti, già dimora della Beata Margerita della Metola, appena ora proclamata Santa.
Angelo, ci nacque e ancor ci vive, con la bottega a meno di trenta metri lineari dal Palazzo del Marchese, fra mura antiche a strapiombo sul fiume a smarginare quinte di colli e montagne di foreste sino a prati sommitali che sbucano nel cielo.
Di questo si è sempre nutrita la sua arte.
L’Arcano Naturale.
Di questo, e del mistero sovrumano che fa di un uomo un uomo, sostanziando tutte le cose.
Ogni altra parola, lettera e sussurro, sarebbe furto alla visione.

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