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L’ecumenismo quale religione della retorica – Il suicidio sentimentalista del Cattolicesimo

Vi richiamo fratelli il Vangelo che vi ho annunziato e che avete ricevuto, nel quale perseverate e dal quale ricevete la salvezza se lo mantenete come ve l’ho annunziato altrimenti avreste creduto invano - San Paolo, Seconda Lettera ai Corinzi, 15,1.2

Vi richiamo fratelli il Vangelo che vi ho annunziato e che avete ricevuto, nel quale perseverate e dal quale ricevete la salvezza se lo mantenete come ve l’ho annunziato altrimenti avreste creduto invano

San Paolo, Seconda Lettera ai Corinzi, 15,1.2

 

Riguardo alla relativizzazione dell’identità e della superiorità della fede e della Chiesa cattolica compare una prima crepa nella Lumen Gentium (Sessione V, 8) dove si legge “anche se numerosi elementi di santificazione e di verità si trovano anche fuori dalla sua compagine”. Frase corretta solo se si applica alla Chiesa Ortodossa, l’unica Chiesa sorella per il Cattolicesimo, ma eretica se presa nella sua letterale genericità. E’ proprio la presenza di elementi di linguaggio astratto, generico, confuso, vago che introduce numerose crepe in una corretta e scritturale autocoscienza ecclesiale. I testi conciliari non poche volte procedono in modo schizofrenico secondo questo schema: a) affermo con chiarezza x b) relativizzo x aggiungendo elementi diversificativi e riducenti, utilizzando avverbi e le congiunzioni come ad esempio: anche, se, sebbene, tuttavia, senza. Si afferma quindi l’unicità della Chiesa di Cristo quale Chiesa Cattolica ma subito dopo si dice che anche fuori della Chiesa Cattolica ci si può santificare. Risultato psico-linguistico: bilanciamento tra posizioni oppositive che produce una sostanziale e tendenziale neutralità valoriale. Casi simili se ne trovano a decine. Nel punto 13 della Sessione V si confonde l’unità della Chiesa con l’internazionalizzazione del mondo e si pongono sullo stesso piano i fedeli cattolici con i non cattolici e con una nuova categoria eterodossa: tutti gli uomini che la grazia chiama alla salvezza, come se fosse possibile saperlo prima e come se fosse questo fatto agevole e frequente per chi vive al di fuori della Chiesa Cattolica.

Questo livellamento orizzontale e indifferenziato produce necessariamente e con evidenza la relativizzazione del ruolo salvifico centrale e principale della stessa Chiesa Cattolica, che sembra così assumere un ruolo spirituale tra i tanti presenti nel mondo.  Al centro si pone astrattamente il tema della “pace universale” a cui tutti gli uomini sarebbero “ordinati”, e questa asserzione viene posta senza neppure accennare almeno al termine di “uomini di buona volontà” presente nel canto angelico dei Vangeli del Natale di Cristo. Lo sguardo religioso slitta così verso uno sguardo solo morale e sociale. Tale presunta e irreale certezza dell’ “essere ordinati” all’unico Dio (ma quale? quello cattolico o protestante o islamico?) da parte di tutti quelli che hanno una fede o una qualsiasi spiritualità anche se “non hanno ancora accolto il Vangelo” appare dichiarazione irrazionale, eretica e avventata in quanto fuori dal Cattolicesimo ci sono sette e religioni che praticano la schiavitù e la negazione dei diritti fondamentali della persona umana e quindi contrastano apertamente con il Decalogo, Legge che Dio ha iscritto in ogni cuore umano, e quindi chi è fedele a tali dottrine e pratiche per la dottrina cattolica non può essere salvato. Questo testo conciliare confonde l’unicità di Dio e il Suo desiderio di salvare tutti gli uomini, sue creature amate, con il fatto oggettivo, per la dottrina cristiana, che non ogni fede e non ogni concezione di Dio rende figli di Dio che già possiedono il seme della vita eterna. Il punto 16 appare quindi di una totale eresia e di una totale stupidità in quanto considera anche i mussulmani e gli animisti-politeisti, in quanto tali, come naturalmente ordinati alla salvezza cristiana. Opinione che offenderebbe gli stessi mussulmani e animisti o politeisti adoratori di idoli. Ascoltiamo il testo: Dio non è lontano nemmeno da coloro che cercano un Dio ignoto nelle ombre e sotto le immagini”. Conseguenza razionale: cosa serve allora la Chiesa Cattolica e l’essere cristiani e cristiani cattolici se Dio è vicino anche agli idolatri? La manifesta gravissima eresia di tale passo appare evidente dalla lettura della Bibbia dove abbondano le maledizioni contro gli idolatri e i pagani, qui parificati dall’unica fede che salva per il Cattolicesimo: quella cattolica! Nel documento Unitatis Redintegratio si torna ottusamente su questo clamoroso errore dottrinale affermando che anche i cristiani separati, cioè non cattolici, possono avere una vita di grazia, non distinguendo colpevolmente fra ortodossi e protestanti e introducendo una grave e pericolosa separazione fra vita sacramentale e vita di grazia, e cogliendo la vita di grazia altrettanto erroneamente quale semplice vita virtuosa, e non, quale è, vita interiore proveniente dai sacramenti cattolici (Cap. I, 3). Per tentare di tenere in piedi la nuova religione dell’ecumenismo ci si inventa il concetto ambiguo di “comunione non perfetta” tra cattolici e non cattolici, come se il concetto di unità e di comunione potesse darsi al di fuori della Chiesa Cattolica, che, anche nel nome, è l’unica Chiesa universale di Cristo. Come se la stessa Chiesa Cattolica fosse bisognosa di una comunione che viene entificata (e desacralizzata) autonomamente. La Chiesa Cattolica in questa perversa logica ideologica chiamata appunto “ecumenismo” (e l’ “ismo” è sempre segno di ideologia) si ritrova così emarginata in un ruolo ancillare, relativizzato, e relegata nella posizione debolissima di una presunta necessità di una “perenne riforma” (I, 6). Mentre quindi mussulmani, idolatri, panteisti e animisti vengono (in quanto tali e non in quanto: uomini di buona volontà, nonostante la loro appartenenza) apprezzati, stimati e considerati come già in cammino verso il sommo Bene, Dio e la Sua Pace, gli stessi fedeli cattolici si vedono venir meno ogni certezza di verità e di giustizia nella fede, quali persone che hanno solo da imparare dagli altri e che sono sempre bisognosi di continua critica e revisione. Questa pericoloso documento ad un certo punto fa emergere chiaramente di cosa si tratti quando si parli di “ecumenismo”. Al punto 19 della sezione II del capitolo III infatti si parla di: sentimento ecumenico. Se sia più importante un sentimento o la divina Verità che Cristo ha pagato con la Sua morte e che fonda la stessa Chiesa Cattolica quale istituzione divina, lo lascio giudicare a chiunque legga.

L’unico terreno di oggettivo e reale dialogo e confronto sarebbero i principi del Decalogo, non a caso mai citati nei documenti conciliari, come se la Legge che Dio ha dato a tutti, non solo a Israele, tramite Mosè fosse un dettaglio di poco conto, anch’esso un ostacolo sulla via magnifica del dialogo e della sua infinita chiacchera. Nel punto 22 l’essenza della Chiesa, cioè l’Eucarestia, diventa non più oggetto di annuncio e di predicazione ma semplice “oggetto di dialogo”. Cristo ridotto ad “oggetto”, non più Soggetto! Altro tema di reale dialogo avrebbe potuto essere il tema degli aspetti mistici-simbolici-ascetici più verticali e più profondi delle varie tradizioni spirituali storiche e invece il Concilio pone come area di incontro solo un vago e vuoto umanesimo sociale e morale che è prodotto moderno e occidentale, quindi è di chiaro ostacolo al confronto con spiritualità non cristiane asiatiche o africane. All’inversione del rapporto Chiesa/mondo corrisponde un indebolimento della strategia pastorale, scopo e motivo principale del Concilio, che produce una pastorale debole, incerta, confusa, per sua natura fallimentare in quanto priva di vero e coraggioso slancio missionario. Il falso idolo è sempre lo stesso: gli uomini di oggi (come se nel profondo non fossero uguali all’umanità di ogni tempo) quale categoria ideologica e ontico-antropologica autonoma e prioritaria, e le necessità del tempo che diventano così criteri abusivi di giudizio dell’azione della Chiesa, privata così della sua piena libertà spirituale e mentale (Christus Dominus, II,1,13). Una sorta di accecamento mentale sembra guidare il sottotesto della cornice di alcuni documenti conciliari. La Nostra Aetate ad esempio nelle sue dichiarazioni conclusive appare appunto accecata dal fascino moderno e modernista dell’internazionalizzazione del mondo che stava allora procedendo velocemente tramite la tecnologia, il commercio, i mercati e i mass media. La stessa Guerra Fredda fu una modalità, pur drammatica, di velocizzazione dell’internazionalizzazione.

La Chiesa in questo documento invece di leggere cristianamente e criticamente queste dinamiche le sposa ciecamente come fossero provvidenziali “segni dei tempi” arrivando a dichiarare: tutti i popoli costituiscono una sola comunità.  Il Concilio quale ideologia appare negli anni sessanta già del tutto globalista. Si tratta di un approccio ermeneutico non cristiano, superficiale, effimero, opinabile e del tutto mondano e quasi marxista perché mutua dal marxismo l’idea, irrazionale e non cristiana, dell’esistenza di processi storici irrevocabili e assoluti, non arrestabili. Questo contrasta con la tradizionale teologia della storia propria del Cattolicesimo e delle sue Sacre Scritture, che vede un disegno provvidenziale solo nella progressiva entrata nella Chiesa Cattolica di tutti i popoli della terra, Israele incluso. Qui invece ereticamente il Concilio “guarda con stima” le altre spiritualità, chiamate erroneamente “religioni”, come se avessero lo stesso status e dignità dell’unica vera religione e fede, quella cattolica. Lo stesso celebre passo di San Paolo nella lettera agli Efesini (1Ef.2,14-16) dove l’apostolo delle genti parla dell’universalità della religione introdotta come novità perenne dalla Croce di Cristo che supera ogni divisione fra i popoli e fra un popolo puro e gli altri impuri, viene erroneamente strumentalizzata come a far credere che tutte le religioni abbiano la stessa dignità mentre è passo che semplicemente fonda l’universale santità quale qualifica unica ed esclusiva della Chiesa Cattolica (Conclusione, 3.4). Nostra Aetate invece invita follemente a dimenticare il passato, come se la conoscenza della storia fosse un ostacolo al valore (pur utopico) della “mutua comprensione”. E’ proprio invece un giusto sguardo sulla storia un possibile aiuto alla conversazione tra i mondi cattolici e gli altri mondi spirituali. E’ tipico infatti della retorica e del sentimentalismo l’illusione di poter cancellare la storia e liberarsene per facile via emotiva. La Chiesa è storia della Chiesa, Tradizione e la fede è storia della Fede, cioè Tradizione che viene, attraverso la storia, dalla Rivelazione. La storia è stata scelta dal Cristo per la Sua Incarnazione al tempo di Pilato, per cui entra anche nel Credo e non può essere negata o rifiutata, a pena di perdere lo stesso senso del Cristo, eterno quanto storico, la stessa verità della fede cristiana.

 

Giacomo Maria Prati

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