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Rifondare l’Uomo. Senza lo Stato

Mai come in questi ultimi decenni, dalla nascita dello Stato moderno, la dimensione sociale nel mondo cosiddetto occidentale si è trovata così drammaticamente compressa dall'invadenza e dallo strapotere dello Stato, divenuto non portatore hegeliano di eticità ma braccio organizzato di trust privati, di corporations, multinazionali, e centrali di potere finanziario: tanto da costituire ormai un continuum di interessi pubblico-privati del tutto alieni, se non ostili, alla gran parte dei piccoli proprietari, i cittadini.

“La barbarie è lo stato naturale dell’umanità”, disse l’uomo della frontiera guardando ancora seriamente il cimmero. “La civiltà è innaturale. È un capriccio delle circostanze. E la barbarie, alla fine, deve sempre trionfare”.

Robert E. Howard, Oltre il Fiume Nero

 

 

Mai come in questi ultimi decenni, dalla nascita dello Stato moderno, la dimensione sociale nel mondo cosiddetto occidentale si è trovata così drammaticamente compressa dall’invadenza e dallo strapotere dello Stato, divenuto non portatore hegeliano di eticità ma braccio organizzato di trust privati, di corporations, multinazionali, e centrali di potere finanziario: tanto da costituire ormai un continuum di interessi pubblico-privati del tutto alieni, se non ostili, alla gran parte dei piccoli proprietari, i cittadini.

Il killeraggio economico, la distruzione dello Stato sociale, le crisi economiche pilotate, l’austerity, le politiche di distruzione dello welfare state prima, e l’oppressione fiscale poi, hanno fortemente precarizzato le sicurezze economiche di milioni di europei (a cui si aggiungono altrettanti americani frustrati dalla deindustrializzazione, figlia degli squilibri della globalizzazione). Questo scenario ha reso i cittadini vittime dello Stato oeconomicus, deboli, impoveriti, e scoraggiati. Decenni di politiche di smantellamento della scuola nel suo valore educativo tradizionale hanno istituito delle vere centrali del politicamente corretto, generatrici di giovani bimbominkia (legittimo neologismo,  oggetto di una gustosa definizione sul dizionario Treccani)  imbelli, accentuando la passività sociale e il degrado antropologico dell’umanità occidentale. Al contempo, mentre l’educazione di Stato, nel suo sonno della ragione, genera smidollati morali e incapaci cognitivi (Effetto Flynn capovolto, cioè abbassamento progressivo del QI, a partire dagli anni ’80), l’establishment mediatico-culturale, una vera e propria industria del controllo, con il pieno appoggio dei governi e dei partiti politici (sempre più cooptati, o parcheggiati su posizioni “sovraniste” di retroguardia), diventa un killer silenzioso di posizioni di pensiero autenticamente dissidenti, condannate alla marginalità dalla congiura del silenzio in un mondo sempre più a una dimensione. Tutto questo vede il trionfo del Superstato dirigista (ma finora neoliberista, o ordoliberista), che diventa sempre più forte, accentratore e invadente, mentre  il Leviatano pubblico-privato assiste compiaciuto al collasso dell’Umanità occidentale, cioè al contempo della Persona umana (il suo polo individuale) e della società (l’altro polo), svuotata dei suoi aspetti morali e spirituali tradizionali. La prospettiva è che quest’ultima regredisca ontologicamente, appiattita su un “tutto indifferenziato”, un collettivismo acefalo figlio delle peggiori menzogne del cultural marxism francofortese, dello scientismo interessato, del climatismo dell’ideologia decrescetista e pauperista, della presunta “resilienza”, o di qualunque altra parola d’ordine tirata fuori dal cilindro del Bispensiero, secondo gli interessi di turno dell’agenda della governance globale (a cui però obbediscono solo le zucche vuote dei popoli bianchi, ex ricchi e decadenti occidentali). Lo scenario della menzogna pandemica 2020 (chi ha letto ‘Operazione Corona colpo di Stato globale’ sa cosa voglio dire) con la sua ossessione securitaria di Stato non ha fatto altro che agire come amplificatore e acceleratore di questo processo storico antiumano.

La crisi attuale dell’identità occidentale, che però è anche economica, politica e organizzativa, potrebbe avere una via di sbocco se si riuscisse a farle travolgere allo stesso modo il pachiderma statale, residuo dello Stato moderno nato con l’era dell’Assolutismo. Sarebbe una fatale e salvifica eterogenesi dei fini. Forse si dovrebbe cavalcare la tigre dell’accelerazionismo, se si riuscisse a mantenersi sul filo del rasoio, di un processo che mani molto forti hanno pensato per indirizzare verso nuovi totalitarismi mascherati e poteri biopolitici totali. Ma si sa, gli apprendisti stregoni dell’ingegneria sociale non fanno mai i conti con l’eterogenesi storica. E dunque, se la crisi della società statale occidentale dovesse ripercorrere un percorso non dissimile da quello della caduta dell’Impero romano, si potrebbero produrre fenomeni nuovi, scenari imprevisti. E qui la spinta alla sopravvivenza e il bisogno di autoderminazione potrebbero condurre individui differenziati, e non del tutto piegati dalla deriva antropologica, ad organizzarsi prima individualmente, poi in piccoli gruppi. il diritto germanico, con il suo tribalismo, non ha forse colmato, allo stesso modo, il vuoto del diritto statuale romano?

Jack Donovan, controverso pensatore politico americano contemporaneo, poco conosciuto al pubblico italiano e vicino al movimento culturale della alt-right (la destra alternativa) americana, offre importanti spunti di riflessioni, poco digeribili ancora per l’uomo europeo, ma assai meno estranee per lo spirito dell’America profonda, che è quello suggestivo e romantico della “Frontiera”. Un mondo metropolitano in decadenza, non ancora estremo alla Mad Max, ma certamente insicuro e instabile, prossimo ai nostri tempi, come quello che ha in vista Donovan nei suoi saggi, può essere il punto di partenza per una rinascita umana post-statale, o extra-statale, in un contesto dove si riesce a vivere senza l’assistenzialismo di Stato e senza controllo autoritario. Del resto le periferie, le banlieue francesi o certe aree rurali degli Stati Uniti, dell’Europa, dei Balcani etc. possono già virtualmente riprodurre tali interessanti scenari “ibridi”. Un testo di Donovan, La Via degli Uomini[1], contiene passi molto suggestivi in questa linea di prospettive:

Se gli uomini riaffermeranno i loro interessi e ritorneranno sulla Via degli Uomini, non lo faranno attraverso un movimento democratico o sociale e nemmeno attraverso un sommovimento politico violento. Lo faranno attraverso bande, in zone del mondo dove lo Stato ha perso potere e credibilità, recuperando alcune idee base della tradizione maschile sopravvissuta e rielaborandole per creare una loro specifica identità, un proprio Noi.
[…].
Le gang criminali sono attive in tutti gli Stati Uniti, specialmente nelle zone di frontiera e nei ghetti, dove il controllo della polizia è inadeguato o percepito come delegittimato e tirannico, come per molti neri che considerano la polizia per sua stessa natura razzista o in aree con grande concentrazione di immigrati illegali che si sentono ingiustamente perseguitati: per molti lo stato è già l’Altro.
Quando il grembo stanco dello Stato non riuscirà più a garantire i servizi e la sicurezza che mantengono gli uomini passivi e dipendenti, gruppi localizzati di uomini che si fidano l’uno dell’altro costruiranno una rete di comunità più piccole per proteggere e perseguire i propri interessi. In presenza di una tirannia debole e in mancanza di un forte nazionalismo, i pastori si raggrupperanno intorno ai loro Robin Hood e fonderanno insieme nuove tribù.[…]
La gente deve smettere di guardare allo Stato in cerca di aiuto e guida: deve diventare disillusa e arrabbiata, al fine di spingere in una direzione che è definitivamente, anche se non immediatamente, migliore per gli uomini. L’identificazione emotiva fra persone e Stato, dunque, deve essere completamente interrotta. Quando il corpo del popolo sarà separato dalla testa del sovrano, scaturirà il caos e in quel caos gli uomini troveranno loro stessi.
Smetteranno di rivolgersi allo Stato in cerca d’aiuto e inizieranno a cercarlo fra di loro. Insieme, gli uomini potranno creare sistemi più piccoli, coesi e localizzati. […]
Gli uomini non stanno diventando più razionali, ma più deboli e più timorosi: stanno rinunciando sempre più al controllo. Non esiste una retta via.

Sembrano prospettive inarrivabili, utopiche o addirittura sconvolgenti per l’uomo della seconda decade del XXI secolo… Eppure l’anarca, il ribelle sono sempre lì, idealtipi dell’essenza umana, come lo sono  il modello virile e umano che ci è stato offerto negli archetipi cinematografici (l’epos contemporaneo) degli Anni ’80, che fu incentrato su queste figure: Mad Max, John Rambo, Conan il Barbaro. Non è forse stata anche la cultura degli anni ’80, reaganiana, solare, vincente, forte, l’oggetto di una sistematica opera di negazione e di demolizione studiata e coordinata, che ormai dovremmo aver ben identificato e compreso? Eppure nell’oscurità di una dittatura strisciante e scoordinata (perché intrinsecamente contradditoria, dissociata, alienata), prossima ad autoaffondarsi, gli elementi di risposta sono già presenti, nello stesso archetipo che è ancora presente e che – in coloro che non sono stati ancora piegati dal condizionamento neurolinguistico degli incantatori – può essere ridestato in modo conscio e costruttivo.

 

Matteo Martini

 

[1] J. Donovan, La Via degli Uomini, Edizioni Passaggio al Bosco

 

 

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